E’ tenero il mio capo che mi sbuccia la mela e me la dà, spicchio dopo spicchio?
Sì.
Ci aggiorniamo alle prossime minacce di omicidio, oggi ne ho avute solo tre in mezza giornata.
E’ tenero il mio capo che mi sbuccia la mela e me la dà, spicchio dopo spicchio?
Sì.
Ci aggiorniamo alle prossime minacce di omicidio, oggi ne ho avute solo tre in mezza giornata.
Ho così sonno che nel messaggino quotidiano che mando a mamma appena mi sveglio (sì, per tranquillizzarla, ché ha sempre il terrore che io non senta la sveglia), le ho inconsciamente augurato la buonanotte, piuttosto che il buongiorno.
Pochi minuti fa Francesco è entrato in ufficio. Francesco ha 35 anni ed è l’amministratore di una grande società con cui lavoriamo. Francesco è simpatico e bello.
“Che bello, quando entro qui respiro un’aria serena, rilassata, voi ragazze siete sempre belle ed impeccabili, gentili ed educate. E’ tutto pulito, tutto perfetto, vorrei che anche da me fosse così.”
Io ho sorriso, serena, rilassata, bella (sì, vabè, bella), impeccabile, gentile, educata, pulita e perfetta. Ho sorriso con una faccia che diceva “oh, povera stellina che sei, Francesco”, perché sapevo che di lì a due secondi sarebbe successo quello che è successo:
“… (immaginare bestemmie inimmaginabili)… io vi caccio tutti a calci ntu culu, incompetenti di merda e teste di cazzo!… (immaginare bestemmie inimmaginabili)…”
Però, oh, sulla pulizia nulla da ridire.
Il fatto è che poi, quando ci parliamo, mi rendo conto che tu hai ragione. Ma anche io ho ragione. Abbiamo ragione, perché i nostri punti di vista sono talmente lontani e diversi, che abbiamo ragione per forza tutti e due.
Ma io ero serena. Tranquilla e serena. Io me ne stavo dietro la scrivania, nascosta dallo schermo del pc, in silenzio. Rispondevo ai tuoi saluti, sorridevo educatamente ai tuoi sorrisi, glissavo sulle tue battute fuori binario.
Ma io ero serena. Tranquilla e serena.
Ora io mi chiedo se ci fosse davvero bisogno di stravolgere la mia vita, io che quotidianamente mi fornisco validi motivi per renderla precaria, per dire, ché io divento squilibrata anche se la scansione dell’antivirus mi parte in automatico, dicevo, che bisogno ne avevi, se non eri disposto davvero a cambiare nulla della tua.
Il discorso non è che capitano tutte a me, ma che me le cerco tutte io.
Ma la risposta è: “Voglio un negroni”.
Allora, stamattina Andrea cantava Grignani: “…persa dentro quegli occhiali, grandi e grossi come due fanali, gli occhi sempre lucidi, sei bella…”, che poi a me Grignani neanche piace. Però, ecco, lui cantava quella canzone ed io pensavo a quel bigliettino lanciato sulla scrivania, dove tu mi hai scritto tutto il testo. “Neanche a tredici anni facevo queste cose”, “Tu sei pazzo, se t’avesse visto qualcuno?”, ed io ora mi chiedo, dove sono i bigliettini, dove sono le canzoni, dove sei tu.
E allora poi succede che parlo da sola, rispondimi, perché non rispondi, è passata una settimana, è tanta una settimana, rispondi a questo maledetto telefono, anzi, passa da qui, stai zitto e superiamolo quel confine, che le cose dette sotto la pioggia l’acqua se le porta via, e quella sera di pioggia ti ho detto solo tante bugie, solo che ancora non lo sapevo.
Certe cose le capisco per contrasto. Le capisco su un terrazzino tra bocconiani dall’erre moscia ed il sigaro in bocca. Io ho capito che mi mancano i tuoi “Ma che davero?”, i Castelli, la tua pancetta, la tua pelle scura, i tuoi occhi verdi.
Datemi dell’acqua, vi prego. Acqua.
Milano, sole, odore di caffè in casa e due teste ricce che si ritrovano.
Questo vuoto nello stomaco, vorrei che fosse fame, e invece no.
Sto uscendo dall’ufficio con la convinzione che arrivata in palestra potrò finalmente picchiare qualcuno, e invece no, è un’illusione, in palestra non mi fanno picchiare la gente. Ditemi un po’ se vi pare giusto.